Gianfranco Aurisicchio - Economics, Business & Policy

5 March 2010

EUnomics in tempo di quaresima

Filed under: Economia, Attualità - Administrator @ 12:34 pm


Ieri giovedì nella sua riunione di routine la Banca Centrale Europea ha lasciato invariato per il decimo mese consecutivo il tasso di rifinanziamento principale al 1% come ci si aspettava, in considerazione delle prospettive economiche dell’Eurozona che rimangono deboli, e in considerazione anche di una bassissima inflazione (0,9% in febbraio), addirittura al di sotto delle attese della stessa BCE, che invece stimava l’aumento del livello dei prezzi intorno al 2%.  Tutt’altra aria tira invece dall’altra parte dell’Atlantico, dove al contrario si aspetta un intervento della Fed per un aumento dei tassi di interesse.

Il panorama economico europeo si attesta comunque scialbo per il resto dell’anno. Nell’ultimo trimestre del 2009 il prodotto interno lordo era aumentato solamente dello 0,1%, spinto sostanzialmente da una ripresa delle esportazioni, piuttosto che da una domanda interna che invece continua ad essere piatta. D’altro canto le preoccupazioni più urgenti per la BCE sembrano essere piuttosto la crisi fiscale greca ed il rientro dagli stimoli monetari. 

Sul fronte greco, gli sforzi maggiori puntano a ripristinare la fiducia dei mercati nei confronti della Grecia grazie ad un piano di austerity sul controllo della spesa pubblica. D’altronde l’economia greca permette ben pochi altri interventi, non essendoci un background industriale in grado di generare un ciclo di domanda-investimenti. Trichet, il presidente della BCE, spera così di escludere qualsiasi intervento di salvataggio dell’economia greca, del tipo usato per le banche, da parte di altri paesi dell’Eurozona o del Fondo Monetario Internazionale. Un tal piano, nella malaugurata ipotesi, scatenerebbe davvero una speculazione dannosa sull’euro e coinvolgerebbe nella crisi altre economie deboli dell’Europa meridionale, come Spagna, Portogallo ed Italia.

Dunque al momento sull’agenda della BCE, dopo la conferma del tasso di rifinanziamento, rimangono gli steps della exit strategy dalle politiche di iniezioni di liquidità nel sistema finanziario. Si cerca cioè di riassorbire la liquidità immessa nel sistema, ma sul come farlo rimangono ancora dubbi: sia la Fed che la BCE stanno infatti ancora pensando come e quando vendere le attività bancarie acquisite in cambio di liquidità. Per la BCE il problema appare un po’ più delicato, visto che la politica dell’ “enhanced credit support” ha comportato nel caso europeo il pompaggio di liquidità illimitata nel sistema bancario per un periodo prolungato, fino ad un anno quando mediamente tali operazioni durano al più qualche mese.

Nel breve futuro comunque la BCE ritornerà sulla politica dei tassi di interesse e dovrà riportare il tasso di mercato overnight sui depositi al livello del 1%, il livello cioè di pre-crisi: adesso invece si trova ad un minimo dello 0,25%, spinto così in basso dall’esondazione di liquidità illimitata.

Se però dal punto di vista delle autorità monetarie la strada da intraprendere per il “rientro nella normalità” sembra chiara e definita, non altrettanto lo è per gli attori economici, come imprenditori e industriali, che invece spingono perché le autorità non si affrettino a rientrare dalle misure di stimolo all’economia. Il sentimento generale è che l’economia è ancora fragile per intraprendere qualsiasi exit strategy, anche se comunque l’anno è iniziato in generale per le aziende con un aumento delle commesse e degli ordini. La preoccupazione maggiore per gli industriali rimane un rientro brusco dalla politica di bassi tassi di interesse. Secondo David Haines, CEO di Grohe, il leader tedesco della rubinetteria e dei sanitari, i tassi non dovrebbero aumentare per almeno un anno e la sua pretesa risulta comunque abbastanza eloquente, considerando che Grohe sta andando molto bene, con aumenti quest’anno nelle vendite e nella profittabilità. Nonostante il sentimento popolare sull’economia sia leggermente positivo, la gente ha ancora paura per una ripresa che stenta a decollare e si chiede da più parti che governi e autorità monetarie ristabiliscano la fiducia sui mercati, non che riportino l’incertezza.

A fondo tutta

Filed under: Economia, Attualità - Administrator @ 12:33 pm


La ripresa economica dell’eurozona continua a vacillare, non è una novità, dovuta a un insieme di concause specifiche e a un quadro complessivo comunque inusuale e incerto. La forte perfomance economica della Francia, che nell’ultimo trimestre ha registrato una crescita dello 0,6% grazie alla spesa privata, non è bastata a controbilanciare la stagnazione in Germania e la contrazione che si continua a registrare in Italia e Spagna. Così il prodotto interno lordo nella area europea cresce a malapena dello 0,1% nell’ultimo trimestre, troppo debole per innescare processi di crescita virtuosi.  Siamo perciò dietro agli Stati Uniti, che invece nello stesso periodo hanno sperimentato una crescita dell’1,4%. La debole perfomance europea evidenzia perciò che la ripresa non è ancora in grado di auto-mantenersi e propagarsi, e si manterrà probabilmente debole per tutto il 2010. L’Europa ha insomma bisogno che i consumatori tedeschi riprendano a comprare, soprattutto auto, visto che il ritiro dei sussidi all’industria automobilistica sembra aver colpito particolarmente tutta la Germania, facendo crollare la spesa privata e gli investimenti nel terzo trimestre dell’anno scorso.  Fa da freno all’espansione dell’Eurozona l’economia spagnola, che continua a ritirarsi, sebbene meno lentamente che in passato. La situazione della Spagna è per certi versi molto atipica: la recessione è stata meno profonda che altrove, ma continua a persistere e l’economia continuerà a contrarsi anche nel 2010, facendo della Spagna uno dei prossimi candidati, dopo Grecia e Portogallo, e insieme all’Italia, alle previsioni e scommesse degli analisti di default.  Nonostante questo, il governo di Zapatero tiene a precisare che l’economia spagnola si trova in una situazione diversa da quella della Grecia, che è invece ingarbugliata in una crisi da deficit di bilancio e alto debito pubblico. E infatti anche Moody’s, famosa quanto avara agenzia di rating, ha confermato la tripla A del rating del debito spagnolo, lodando gli sforzi del governo per risparmiare 50 miliardi di euro entro il 2013. Ma se persiste l’amore degli analisti finanziari per la Spagna, tuttavia lo scoppio della bolla immobiliare e delle costruzioni e l’alto livello del debito privato, non solo pubblico quindi, minano seriamente le possibilità del paese per una ripresa forte e duratura.

Certamente più critica è la posizione della Grecia, tanto che perfino le banche che hanno aiutato il paese a riconsolidare (e nascondere) il suo debito ora scommettono invece sul fallimento finanziario del paese, rendendo sempre più difficile per il governo di Atene prendere a prestito per pagare interessi, debito pregresso e conti vari. Hanno infatti investito su credit-default swaps, strumenti finanziari che prevedono cioè un profitto in caso di incapacità a pagare il debito, una sorta di assicurazione sul fallimento in altri termini, ovvero come soffiare sul fuoco.

Ma la minaccia maggiore per l’Euro e l’Europa viene dall’Italia, secondo l’economista canadese Robert Mundell, spesso presentato come l’ispiratore della moneta unica europea. Il premio Nobel per l’economia 1999 mette infatti in guardia che l’Italia è un paese troppo grande per poter anche pensare ad un qualche salvataggio in caso di default, salvataggio che invece potrebbe essere orchestrato per la Grecia o per altri piccoli paesi in crisi.  Certamente l’Italia è in una situazione meno drammatica rispetto a Grecia o Portogallo, perché il suo deficit di bilancio non figura tra i maggiori della zona euro, ma tutti sono consapevoli, a partire da Tremonti, che l’Italia non ha i mezzi (né i numeri) per finanziare un piano di rilancio economico o finanziario. Tuttavia l’alto indebitamento, pari al 120% del PIL, pone serie preoccupazioni per il pagamento degli interessi. In caso infatti di una crisi finanziaria dall’altra parte del Mar Egeo, nella penisola iberica o dalle parti del Regno Unito, gli alti tassi di interessi che inevitabilmente si imporrebbero nell’Eurozona causerebbero, per Mundell, una situazione di asfissia per l’Italia, che si troverebbe a dover pagare altissimi interessi su un già altissimo debito, ed un salvataggio in queste condizioni sarebbe impossibile.

In questo contesto, con una mancata ripresa economica, si impone per il governo italiano la necessità di avviare un serio programma di riforme. Il PIL italiano è diminuito dello 0,2% nel terzo trimestre del 2009, e del 2,8% su base annua, diminuendo anche più di quello tedesco. Appare evidente che in questo contesto bisogna stimolare la crescita, alleggerendo e ammodernando l’apparato burocratico, che a sua volta dovrebbe spingere la competitività dell’industria.

Ancora una volta, il nocciolo del problema per l’Italia è mettere in campo riforme serie con determinazione, cosa però che appare difficile e improbabile con un governo debole e diviso come l’attuale, ancorato a logiche di tornaconto di brevissimo periodo. Senza questo, il prossimo shock che colpirà l’Italia la metterà al tappeto.

5 February 2010

Scene di lotta a Davos

Filed under: Economia, Attualità - Administrator @ 1:50 am

Nel World Economic Forum, appena conclusosi a Davos, si sono scontrati, sovrapposti, intrecciati e rincorsi due opposti blocchi, o famiglie, con opposti interessi, aspettative e prerogative da raggiungere: i banchieri da una parte ed i politici con i loro economisti dall’altra.

Per i primi, i banchieri, sembrano ormai finiti i tempi in cui usavano il salotto di Davos per intrattenere ambiziosi e multimiliardari clienti sulla insostenibile bellezza della finanza (sgregolata). Nei giorni scorsi erano infatti particolarmente impegnati tra i corridori e le salette ovattate del moderno ed elegante Centro Congressi di Davos a fare lobby contro un’ondata di proposte di maggiori controlli su bonus, trading e derivati e contro tentativi di riforma, in senso stringente, degli accordi monetari di Basilea, il cosiddetto Basilea II sui cui premono tra gli altri Sarkozy e Obama.

Per i secondi, i politici e i loro economisti più o meno di analoga bandiera, Davos è stata un’occasione per cercare di stringere le fila da un lato per un accordo globale e coordinato su una maggiore regolamentazione finanziaria, e dall’altro per capire cosa fare in questa fase di post-recessione con l’ingente quantità di liquidità immessa nel sistema economico.

Per quanto riguarda i tentativi di accordo globale per una stretta regolamentativa, il Financial Stability Board e il Comitato di Basilea sulla Supervisione Bancaria cercavano di capire a Davos come intervenire sui limiti di capitale e liquidità delle banche per il futuro, per evitare che queste ripetano l’assunzione di rischi spropositati e conseguenti default a catena. A questi tentativi, si sono anche affiancati i vari sforzi di Barack Obama, Nicolas Sarkozy, e di Alistair Darling, il Cancelliere inglese, per orchestrare di comune accordo una risposta più comprensiva, oltre le singole misure già intraprese autonomamente. Rimane tuttavia parecchia incertezza sul come un eventuale divieto o separazione funzionale nell’operatività bancaria possa essere implementata. E gli stessi banchieri hanno mutato atteggiamento nei giorni di Davos cominciando a scambiarsi opinioni sui limiti delle proposte regolamentative del comitato di Basilea, ponendo sotto accusa le nuove regole sul capitale di Basilea che prevedono partecipazioni limitate piuttosto che il controllo totale di istituzioni finanziarie con operatività diversa dalla casa madre.

I politici invece erano più preoccupati sull’andamento futuro delle rispettive economie per dare troppa retta alle questioni dei banchieri. Certamente erano consci di aver salvato le economie con le loro politiche fiscali, che infatti dopo le iniezioni di liquidità sono ripartite in maniera inaspettatamente positiva e anzi hanno registrato trends di crescita superiori alle attese.  Tuttavia a Davos era palpabile la loro preoccupazione per una ripresa anomala, lenta e dallo strano andamento. A quanto pare le due prospettive di crescita sono tra “W” e “Luv”, che non sono un codice esoterico né lo slang dei teenagers americani per dire “amore”, ma l’andamento del ciclo economico, che nel primo caso può avere l’andamento di recessione-breve ripresa-breve recessione-ripresa, appunto una W, mentre nel secondo caso può essere ben più drammatico perché prevede una lunga recessione, seguita da una ripresa inconstante di alti e bassi, per poi concludersi con un breve ciclo di recessione e ripresa, Luv appunto, alla faccia dell’amore…

Queste “rosee” previsioni sono alimentate dalla paura degli enormi deficits che tutti i principali paesi hanno accumulato per finanziare la ripresa (o meglio, per arginare la recessione), ormai inservibili per essere una seconda fonte di finanziamento in caso di recessione o default prolungati. E sono anche alimentate dal fatto che la domanda debole non alimenta una ripresa consistente, ma un ripresina a singhiozzo, tipo u o w appunto.  Le esportazioni non sono più un traino in una economia globale, perché sono ormai un gioco a somma zero e la Terra in totale non ha certo un conto aperto con Marte.

Gli interrogativi che giravano a Davos erano pertanto focalizzati sugli stimoli monetari e di bilancio: quando, dove e come revocarli? Il Forum è però terminato, ahimè, senza una risposta…

1 February 2010

La solita aria a Davos

Filed under: Economia, Attualità - Administrator @ 1:40 pm

Klaus Schwab, fondatore e direttore del vertice di Davos in Svizzera, non ha esitato anche quest’anno a riunire i grandi della terra per la quarantesima volta, come tutti gli anni, con l’ambizione questa volta di superare la crisi, “migliorare lo stato del mondo, ripensarlo, ricostruirlo, ridisegnarlo”. Come tutti gli anni il programma e gli intenti paiono ambiziosi come quelli di un G8 o G20, e soprattutto destinati, a maggior ragione, a rivelarsi chiacchiere, o poco più, da salotto borghese. La versione alternativa di Davos, il Forum Sociale Mondiale, invece purtroppo non ci sarà. “Proprio quando la crisi economica ha messo in discussione l’ideologia trionfalista di Davos e ha dato ragione a molti ‘altermondialisti’, il FSM chiude i battenti”, paradossalmente. La crisi dà ragione ai critici dell’ultraliberismo, ai profeti dei pericoli della finanza e il Forum Sociale Mondiale, l’organizzazione che da’ loro voce, non si presenta, preferendo organizzarsi in forum nazionali permanenti.

L’aria che quest’anno sembra soffiare a Davos, temibile per i vari salotti della finanza mondiale e auspicata invece dai vari risparmiatori e autorità monetarie, è una certa chiamata alla disciplina: “abbiamo bisogno di uno sceriffo globale”, sembra che si senta riecheggiare tra le montagne svizzere. Parole in realtà già dette due anni fa, nel 2008, da George Soros quasi un mese prima che Bear Stearns fosse sull’orlo del collasso finanziario, poi evitato. Ed oggi, dopo due anni, non siamo vicini a nessuna sorta di regolamentazione finanziaria centralizzata, ed il tutto è stato lasciato dai vari G8, G20, etc, alla sola buona volontà e cooperazione tra i vari stati.  A Davos quindi si continuerà a parlare anche e ancora di regolamentazione finanziaria.

Una certa leadership nel riformare lo status quo è stata a dire il vero intrapresa dall’Amministrazione Obama, che da qualche tempo a questa parte quasi ogni settimana lancia nuove misure finanziarie, come la Volcker Rule la settimana scorsa, che dovrebbe prevenire le banche commerciali dal fare trading per proprio conto, o come la tassa sui salvataggi finanziari la settimana prima, andando fra l’altro in rotta di collisione con riforme intraprese autonomamente nel resto del mondo.   Ed in effetti Gordon Brown, il primo ministro inglese, non ha tardato, fedele al carattere indipendentista inglese, a congedare l’idea di Volcker come poco adatta al sistema inglese perché il problema della separatezza tra l’attività di private equity e degli hedge funds non esisterebbe, secondo Brown, nel Regno Unito. Non sembra chiaro però perché il Regno Unito non debba avere questo problema, visto che banche come Barclays per esempio sostengono gli stessi rischi come le loro controparti americane. 

Dovrebbe ormai esser chiaro a Davos che l’approccio del procedere separatamente, del fare ognuno le sue cose, in un’economia globale e interdipendente, non porta da nessuna parte. Le banche sono globali, sono in grado cioè di organizzarsi in modo tale che, se la regolamentazione finanziaria di un paese è troppo vincolante, possono andare  in un altro paese per sfruttare un regime più favorevole. E questo non fa bene a nessuno. Il denaro cioè si muove verso quei luoghi in cui i rendimenti sono più elevati e la regolamentazione è meno stringente (cioè i paradisi fiscali). Quindi qual è il punto di una strategia regolamentativa che ridimensiona le banche negli USA se le banche in China, che sono così strettamente connesse con le altre, finiscono poi per raddoppiare la loro dimensione? Dopo tutto, in un’epoca di finanza globale, essere troppo grandi per fallire non è un problema nazionale, come l’Islanda ha dimostrato.

Serve quindi uno sceriffo globale, per usare le parole di Soros. Ma su cosa debba fare lo sceriffo e come debba essere costituito le opinioni sono discordanti tra gli stessi banchieri centrali e CEO di banche. Per Corrado Passera di Intesa SanPaolo, ad esempio, la mossa di Obama di “separare l’attività di commercial banking legata al mondo reale e l’attività di trading è giusto, perché sono regole del gioco diverse e bisogna premiare l’attività bancaria più orientata all’economia reale”. Non è invece sulla stessa linea Georges Pauget, amministratore delegato di Crédit Agricole e presidente della federazione bancaria francese, secondo cui le banche europee non dovrebbero abbandonare il regime di regolamentazione attuale e non dovrebbero soprattutto adottare norme troppo americane, come appunto la separazione tra banca commerciale e banca di investimento. Sulle stesse corde anche il governatore di Bankitalia Mario Draghi, che punta più sul rafforzamento dei requisiti patrimoniali.

In questo panorama continuano però ad essere adottate soluzioni unilaterali da parte di ogni paese, nota  Howard Davies, ex-presidente della Financial Services Authority inglese e ora direttore della London School of Economics e membro del consiglio di amministrazione di Morgan Stanley, e mette in guardia contro i rischi di politiche non coordinate e di arbitraggio regolamentativo. Davies intende presentare a Davos un piano per un regolatore globale con poteri reali, una sorta di WTO finanziario. Il timore, avvertito da tutti, è infatti che un mosaico di riforme non coordinate possa condurre ad una sovraregolamentazione. D’altra parte si teme anche che il timore stesso di sovraregolamentare la finanza, portato agli estremi, finisca per impedire ogni riforma e ogni ulteriore regolamentazione, soprattutto in un momento in cui il sentimento popolare è ancora caldo sul tema.

Realizzare una vera e reale riforma che ridisegni il sistema finanziario globale richiederà probabilmente più di una serie di chiacchiere in uno chalet di montagna in Svizzera e non basterà certo l’intraprendenza di un Obama per guidare i vari capi di stato verso la riforma.  Sembra che sia veramente necessario uno sceriffo globale.

La ripresa che verrà

Filed under: Economia, Società, Attualità - Administrator @ 1:38 pm


Anche se l’economia mondiale sembra ormai aver imboccato un cambio di direzione, ci aspetta in realtà un decennio o quasi di instabilità finanziaria e debolezza strutturale, a causa del nuovo pattern che il sistema economico ha preso, caratterizzato da elevata disoccupazione e crescita frammentaria, e per le enormi iniezioni di liquidità che rischiano di scatenare una impennata inflazionista o peggio una stagflazione, dati appunto i deboli segnali di crescita del trend economico.  È come se un malato che è appena uscito dal coma si ritrovi al risveglio nelle condizioni di uno che è appena stato salvato dall’affogamento in mare, con in corpo tanta di quell’acqua da farlo gonfiare… per rendere l’idea. 

Lo scenario che ci aspetta non è in realtà ben chiaro. Sia tra i neokeynesiani che tra gli stessi monetaristi si fa fatica a capire se l’enorme liquidità iniettata nel sistema tra il 2008 ed il 2009, per evitare un effetto domino dato dal fallimento di alcune grosse istituzioni bancarie, sia destinata a causare un’elevata inflazione, come negli anni Settanta del secolo scorso, con cui ci sono molte analogie, o se invece il perdurante alto tasso di disoccupazione (che negli Stati Uniti è ancora intorno al 10%, addirittura più elevato che in Italia) continuerà a deprimere la domanda e quindi avrà un effetto di tappo sul livello dei prezzi. I teorici dell’effetto monetario della disoccupazione notano che il costo del lavoro è di gran lunga la componente più importante dell’inflazione, e in questo scenario di alta e perdurante disoccupazione è molto probabile che anche lievi aumenti dei salari siano poi in realtà seguiti da un blocco prolungato all’aumento degli stessi, che porteranno successivamente a loro volta a tagli nelle buste-paga. In questa situazione, anche diminuzioni di un punto percentuale nel tasso di disoccupazione nei prossimi anni non causeranno comunque sostanziali aumenti del tasso di crescita dei salari e quindi dell’inflazione.

Dopo decenni di crescita dei bilanci del settore privato maggiore della crescita dei redditi (nelle famiglie, nel settore non finanziario e soprattutto nel settore finanziario), l’economia mondiale è entrata in un periodo in cui il debito privato e le attività finanziarie si contrarranno profondamente. Siamo cioè nella prospettiva di entrare in una depressione, sebbene non in una “Grande Depressione”, come quella cioè degli anni Trenta del Novecento. Grazie infatti agli aiuti governativi all’economia e al settore finanziario (gli stimulus ed i salvataggi finanziari così abusati nel biennio appena passato), ci troveremo probabilmente in presenza di una depressione “contenuta”. Il processo di aggiustamento implicherà perciò necessariamente investimenti fissi cronicamente deboli, deboli profitti, problemi finanziari, ed una incostante, globalmente sottotono, crescita economica. Che quadro confortante…  In questo scenario idilliaco sembra perciò altamente improbabile che l’enorme quantità di liquidità nel sistema inneschi spirali inflazionistiche, poiché in realtà cioè che causa propriamente l’inflazione è la velocità di circolazione della moneta, che in tale contesto tende allo zero data una domanda depressa dei consumi. Ed in effetti, contrariamente alle aspettative, in questo trimestre passato la domanda al dettaglio è calata, segno questo inequivocabile di una ripresa economica anomala e quanto mai debole.  È come se ad un lago di benzina manca un cerino o una fiamma per farlo esplodere: finché non c’è, rimane così com’è.

Un’altra visione sostiene invece che ad influenzare il livello dei prezzi nel lungo periodo sia invece la quantità di moneta per un dato livello di produzione di beni e servizi. È poiché siamo in presenza di una vasta, enorme, quantità di liquidità nel sistema, rispetto invece ad un livello del ciclo economico basso con bassa produzione di beni e servizi, inevitabilmente questo si tradurrà in un’inflazione elevata. E in tale scenario non sembra plausibile un intervento della Fed o di altre banche centrali per ritirare dal sistema tutta questa liquidità, le quali temono con ciò di deprimere ulteriormente una debole ripresa, considerando anche il costo “politico” di una tale manovra.  Questo scenario punta perciò a previsioni ancora più fosche per una stagflazione del sistema economico (inflazione + bassa o nulla crescita economica), come era successo alla fine degli anni Settanta del Novecento. Allegria!

In entrambi gli scenari si sottolinea comunque la bassa crescita economica, causata da una debole ed incerta ripresa del ciclo, come in effetti stiamo sperimentando. Se quindi queste sono le previsioni per la congiuntura mondiale, improntata all’economia americana, il sistema Italia ne soffrirà in realtà in misura maggiore, caratterizzato come è sempre stato da una crescita economica inferiore a quella dei suoi partners.  Continuiamo a portarci addosso un deficit ed un debito pubblico pesanti come una zavorra, che non permettono di liberare risorse verso i settori trainanti dell’economia e questo governo, immancabilmente e cronicamente, è molto più interessato a risolvere situazioni personali e contingenti piuttosto che ad impegnarsi in una sana e seria politica economica di sviluppo, ormai davvero inderogabile.  In questo scenario non poteva quindi che essere una boutade pre-elettorale la proposta di riforma del sistema fiscale con due sole aliquote, al 23% ed al 33%.  Oltre ad essere l’ennesimo ladrocinio a favore dei ricchi e contro i meno abbienti, una sorta di Robin Hood al contrario, tale proposta è anche finanziariamente insostenibile per il nostro sistema fiscale, causando anche un considerevole aumento della pressione fiscale per quelle fasce della popolazione già deboli, che vedrebbero un aumento della loro aliquota fiscale.

La torre di Babele è di nuovo crollata

Filed under: Economia, Attualità - Administrator @ 1:37 pm


Strana ironia della storia, dei continui corsi e ricorsi storici, come direbbe il Vico. La torre di Babele è continuamente ricostruita, dopo essere puntualmente crollata: l’uomo ha questa vis dentro, di costruire in continuazione edifici sempre più alti, non importa se poi vengono abbattuti da aerei civili dirottati da terroristi, da guerre, crisi finanziarie, etc… L’uomo continua a costruire, sempre più alto, specialmente se ha bisogno di dimostrare qualcosa: ricchezza, tecnologia, potenza o qualcos’altro.  Gli psicologi lo spiegano con il bisogno di ostentare un (il proprio?) simbolo fallico. Il mito biblico della torre di Babele invece ci dice più saggiamente che è intrinsecamente umano il bisogno di sfidare Dio, di ergersi a dio terrestre attraverso un simbolo, un Landmark visibile da tutta la terra e quindi da tutti gli uomini, a testimonianza della propria potenza, e in questa stessa pretesa vi è il fondamento della propria caduta: ma si sa, historia non docet…

Benvenuti quindi a Dubai. L’atmosfera della città del Golfo dai molti grattacieli di gusto discutibile non è però quella frizzante ed euforica di qualche mese fa quando vi avevo fatto un field trip. Regna piuttosto un senso di avvilimento, sfiducia e preoccupazione da quando la settima scorsa sia il governo della città che quello di Abu Dhabi, il partner petrolifero negli Emirati Arabi Uniti (UAE), hanno detto chiaramente che non garantiranno il debito di 59 miliardi di dollari accumulati da Dubai World, la primaria società di investimento che ha finanziato buona parte delle (scarse) velleità artistiche di urbanisti, city planners e costruttori, i quali nel giro di qualche anno hanno riempito una striscia di deserto sulla costa in un dedalo di simboli fallici, o di incompiute torri di Babele, come si vogliano chiamare i grattacieli di Dubai. Tanto arriveranno i russi ad affittare i grandi uffici delle torri. Tanto gli inglesi compreranno i grattacieli. Tanto il valore aumenta. Tanto la domanda di immobili cresce. Tanto Abu Dhabi e gli Emirati pagheranno i debiti…. E invece niente di tutto questo è accaduto. Una storia che mi pare si sia già sentita recentemente: tanto il valore degli immobili aumenta in America. Tanto con l’economia che tira cambio lavoro e guadagno di più. Tanto mi daranno un’altra carta di credito… Era il 2008. Historia non docet, appunto. E la torre di Babele è venuta giù…

Immagino che in questi giorni nei coffee shops e nel majlis di Dubai, dove per un cappuccino mi avevano chiesto in un inglese rude 15 dollari (dollari, perché gli arabi sono molto “flessibili” nell’accettare valuta americana), i locali stiano ora inveendo contro i loro governanti che li hanno caricati di un debito stimato da Moody’s intorno ai 100 miliardi di dollari, così come tre mesi fa stavano inveendo contro i fantini dei cavalli su cui puntavano.

La crisi del debito di Dubai minaccia conseguenze su tutti gli UAE: sia la ricca capitale che le consorelle. Ma mentre Abu Dhabi, che controlla oltre il 90% del petrolio degli UAE, ha i mezzi per uscire dall’impasse finanziario con solo qualche danno nel lungo periodo, il modello “Dubai” che ha ammaliato e annoiato in egual misura gli investitori e i viaggiatori d’arte, rischia invece di venir cambiato radicalmente. Tuttavia il mondo finanziario (e politico) non ha alcun interesse a lasciar fallire Dubai, perché anche una Dubai più sobria (e non mi riferisco all’architettura perché quella purtroppo rimane) avrà comunque due ordini di vantaggi: una cultura tutto sommato liberale in una zona vicina all’integralismo ed un’infrastruttura di trasporti davvero internazionale. La stessa area di libero scambio Jebel Ali conta per esempio per quasi un quarto dell’economia di Dubai.

Mettere a posto le cose in questo angolo di mondo richiede sia un cambiamento nella gestione delle finanze che un cambiamento di mentalità. Il problema è stato che Dubai è andata fuoribordo nell’indebitarsi in una spirale che non ha nulla del modello di business originario: l’economia dei servizi si è trasformata in un fondo di investimento (che non ha mai incassato cedole).

“Non è il modello che è sbagliato, lo è la sua implementazione”, dice George Makhoul, ex-presidente di Morgan Stanley per il Medio Oriente. “Dubai ha costruito una infrastruttura di prima classe, ma non ha saputo fermarsi. E non aveva le competenze per costruire una practice degli affari, sia in termini di gestione indipendente che di organi di controllo indipendenti. Non ha costruito istituzioni”. Similmente alla crisi finanziaria americana, nessuna autorità di controllo centralizzata teneva traccia dei debiti in continua espansione degli enti statali e parastatali, anche all’interno dello stesso gruppo. Non ci si rendeva conto che le finanze dell’Emirato stavano andando fuori controllo. Fino al 2008 le società statali potevano indebitarsi senza controllo né autorizzazioni. E dopo il 2008 le due principali società degli UAE, cioè Dubai World e Dubai Holding, la società cassaforte degli Arabi, avevano continuato nel regime di esenzioni. E infatti oggi queste due società contano per il 70% del debito di Dubai. Che comunque era incoraggiato nella sua politica di indebitamento dagli stessi banchieri che pensavano, erroneamente, che stavano prestando denaro dietro una garanzia quasi sovrana (perché garantita dal governo), anche se in realtà non esisteva nessuna garanzia di questo tipo e tutto il debito era basato su una presunzione (supportata solo a voce, da rumors, accenni del capo, ammiccamenti) di garanzia.

E quindi alla fine la torre è crollata. È davvero ironico osservare che oggi a Dubai sembra davvero essere ai tempi della Bibbia della torre di Babele, e anche la distanza fisica non è molto diversa dai luoghi dove il racconto è ambientato. La maggior parte dei residenti di Dubai (il 90%) sono stranieri, in un coacervo di idiomi, culture e professioni: denaro russo e capitali iraniani, lavoratori a bassa paga indiani e pakistani, e ricchi finanzieri arabi costituiscono un melange di stratificazioni sociali e di nazionalità dove si suppone che ogni comunità conosca il proprio posto. I locali detengono il potere e le prime posizioni. Gli indù, di gran lunga il gruppo straniero più grande e profondamente radicato, occupano tutte le classi sociali, dalla classe operaia ai colletti bianchi degli uffici. Gli inglesi sono tradizionalmente la classe dirigente dei managers, i libanesi sono i banchieri e i pubblicitari, i filippini sono i lavoratori domestici (anche qui) e i commessi di negozio. Molti cinesi sono poi entrati negli ultimi anni nei traffici commerciali.  E come nel racconto biblico si parlano ma non si comprendono, vivono gli uni accanto agli altri ma non si conoscono. Prendono a prestito e non sanno ripagare i debiti…. 

La solita aria a Copenhagen

Filed under: Economia, Attualità, Ambiente - Administrator @ 1:36 pm


Nonostante i non possumus di Barack Obama e Hu Jintao riguardo il taglio delle emissioni di CO2, le incertezze della classe politica e le vane speranze degli ambientalisti, la conferenza di Copenhagen del 7-18 dicembre prossimo sarà fondamentale per il futuro della lotta ai cambiamenti climatici, sotto ogni profilo la si voglia considerare: per i risultati che non saranno raggiunti, segnando quindi un rallentamento alla lotta ai cambiamenti climatici, e per i risultati che potranno invece essere raggiunti, nonostante le prese di posizione e il mettere le mani avanti, dei principali attori economici nonché inquinatori.

 

Il Protocollo di Kyoto e le successe conferenze intergovernative di Bali, Poznam, Bonn, fino all’ultima di Singapore, battezzate in gergo Cop7, 15, 3, etc, hanno avuto sostanzialmente poco più di un valore simbolico, e non sono riuscite a promuovere uno sforzo maggiore nella riduzione dei gas a effetto serra.  Di fatto, sono accordi che stabiliscono che è importante prendere un accordo e che tale accordo sarà preso successivamente.  Di fatto, dopo la forte presa di posizione di Cina e USA recentemente a Singapore, anche a Copenhagen, nella migliore delle ipotesi, passerà un accordo in due tempi sulla questione del clima: una intesa politica in seno alla conferenza di Copenaghen e successivamente una intesa legalmente vincolante, secondo la proposta dello stesso premier danese Lars Rasmussen.  Si inserisce in questo quadro di rimandi, incertezze, e lentezza nei progressi delle sessioni negoziali di quest’anno, la stessa dichiarazione del segretario esecutivo della Convenzione sul clima dell’Onu, Yvo de Böer, che affermava lo scorso 5 novembre: “non penso che si arriverà a un’intesa legalmente vincolante a Copenhagen. Credo che potremmo arrivarci entro l’anno successivo alla conferenza di Copenhagen”. Parole testuali (previa traduzione di chi scrive). Ironicamente, l’intesa “legalmente vincolante” consisterebbe in un accordo su una scadenza entro la quale conseguire un accordo vincolante… Sembra quasi una farsa.

Senza un cambiamento di mentalità, imprevedibile allo stato dei fatti e in un tale contesto, il protocollo di Copenhagen potrebbe regalarci ancora undici anni di questo gioco al rinvio: i paesi continueranno nei loro comportamenti free-riding e si rafforzerà la convinzione che chi rimarrà ancorato al carbonio, sarà poi in una posizione di forza per chiedere compensazioni in cambio dell’adesione, eventuale, a un accordo nel 2020.

Certamente, qualche passo avanti si farà. Per esempio, laddove non ci sono già, saranno creati i mercati dei crediti di carbonio. Ma sarà soprattutto importante un effetto “collaterale” di Copenhagen: in particolare in paesi come la Cina, il desiderio di placare l’opinione pubblica interna e di sottrarsi alle pressioni della comunità internazionale porterà a qualche forma di controllo del carbonio, anche senza la sottoscrizione di accordi vincolanti.  Considerato tuttavia che la conferenza di Copenhagen eviterà di ratificare un accordo troppo costoso, il riscaldamento globale continuerà almeno per qualche altro anno, e in attesa di un’intesa internazionale vincolante, ad essere affrontato utilizzando le stesse soluzioni di ripiego, spesso del tutto inefficaci - come negoziati settoriali, standards e altri approcci strategici, progetti CDM – che impongono le varie lobby industriali.

Sembra comunque che i negoziati di Copenhagen punteranno ad un agreement su alcune azioni iniziali, su alcuni principi di massima e su una tabella di marcia verso un accordo nel 2015-2016, come ad esempio un obiettivo globale sulle emissioni per il 2050, l’installazione di un sistema satellitare capace di misurare le emissioni a livello di singolo paese, un sistema universale di tipo cap-and-trade che porti a un prezzo unico del carbonio, un sistema di regole e incentivi a sottoscrivere e rispettare l’accordo stesso, e soprattutto un principio di sussidiarietà, con i permessi allocati all’interno dei singoli paesi dai paesi stessi.  Risulta infatti particolarmente importante che il prezzo del carbonio sia lo stesso per tutti i paesi, tutti i settori e tutti gli attori, affinché si affrontino i problemi distributivi attraverso l’allocazione dei permessi senza rendere eccessivamente costoso l’abbattimento della CO2.

Spostando l’ottica di periodo, è ipotizzabile immaginare che i successivi negoziati per il 2015 potrebbero concentrarsi allora su un’unica questione: l’allocazione dei permessi gratuiti ai paesi per far sì che tutti vi partecipino. E questo dovrebbe comportare, per esempio, una dotazione generosa ai paesi emergenti.  Nell’attuale situazione, riaffermare e impegnarsi per una buona governance rappresenterebbe già un significativo passo in avanti.

Per quanto invece ci riguarda da più vicino, L’Unione Europea corre intanto per una strada già segnata fino al 2020, per di più rispettando in pieno gli obblighi del protocollo di Kyoto, e sperando di non cedere in futuro alle sirene di coloro che sostengono che, senza l’impegno degli altri, il nostro risulta inutilmente oneroso e alle provocazioni di chi vede efficace solo uno sforzo collettivo a livello mondiale.  Certamente in Europa si paga adesso lo scotto di aver sperato in un presidente americano finalmente sensibile e deciso ad affrontare la questione climatica, approccio questo tipicamente europeo di chi aspetta sempre che l’onere sia sostenuto in primis dall’America. Obama invece è già impegnato politicamente in patria a far approvare la sua riforma sanitaria per far digerire alle lobbies americane anche i costi del programma ambientale, e sembra già in difficoltà a casa a mantenere e far passare gli impegni di una agenda molto ambiziosa.

Fortunatamente molti paesi – sia sviluppati che in via di sviluppo – si sono dati degli obiettivi di sostenibilità ambientale: molti degli interventi riguardano profondi cambiamenti del sistema con cui si produce, distribuisce e consuma l’energia. Come abbiamo più volte ribadito da questa newsletter, efficienza energetica ed energie rinnovabili sono gli ingredienti di quella che la perdurante crisi economica ha consacrato come green economy.  Crediamo che i recenti sviluppi del negoziato internazionale debbano dare ancor più impulso per rendere la green economy un elemento permanente del nostro processo di crescita.

Eureka Europa

Filed under: Economia, Società, Attualità - Administrator @ 1:34 pm


Se nel 2000 l’Europa ospitava il 6% della popolazione mondiale e la sua economia rappresentava il 20% dell’attività mondiale, mentre In Cina e India vivevano il 38% degli abitanti, e le loro economie rappresentavano il 16% del mondo, nel 2040, secondo il premio Nobel per l’economia Robert Fogel, l’Europa conterà solo il 4% della popolazione e la sua economia non supererà il 5% del totale, mentre Cina e India rappresenteranno il 34% dell’umanità e le loro economie saranno cresciute fino a raggiungere il 52% dell’attività economica mondiale.

Alla luce di questi dati, è necessario che l’Europa affronti le sue relazioni con il resto del mondo unita ed in modo efficiente. E ora, dopo l’ultimo scoglio per la ratifica plenaria del Trattato di Lisbona, superato con la tanto attesa firma del presidente ceco Klaus, possiamo cercare di rispondere alla domanda su quale Europa vogliamo. Sembra che persistano ancora due stereotipi, due cliché sull’Europa: l’Europa della cultura e delle tradizioni, e l’Europa che sa inventare nuove forme di governo ma con scarsi poteri e farraginosa burocrazia. Quindi l’Europa di domani dipenderà più dai suoi musei, orchestre e ristoranti, o dalle sue fabbriche, dai suoi laboratori e dalle sue università?

Contrapporre in realtà un’Europa museo a un’Europa laboratorio, come se fossero una dicotomia insanabile, permette di sintetizzare due visioni del futuro molto diverse. Quella dell’Europa laboratorio non riguarda le sue capacità scientifiche, ma la disponibilità a sperimentare nuove forme di governo, nuove istituzioni, nuove politiche pubbliche, nuove regole di condotta. Ed è a questa visione che il Trattato di Lisbona ha voluto rispondere, condensando faticosamente le volontà, spesso contraddittorie, miopi od ombelicali di 27 paesi, che fino a 55 anni fa erano in guerra gli uni contro gli altri, in un bilanciamento di poteri ed organi sovranazionali che sembra un miracolo di equilibrismo politico ed istituzionale. Sembra anzi che questo Trattato, pur con tutti i limiti di una soluzione di compromesso dopo il naufragio di una più ambiziosa – almeno formalmente e ideologicamente – Costituzione, sia quasi la conferma storica della profezia di Isaia, che nel capitolo II del Vecchio Testamento dell’omonimo libro prefigura un tempo, questo nostro tempo, in cui: “Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra”.

E in questa prospettiva il Trattato di Lisbona fonda nuove basi per una cooperazione ed un decision making tra i vari Stati che è tutto nella direzione di una dialettica di reciprocità a tutti i livelli, da quello comunitario a quello dei singoli cittadini, in un ottica di armonia ed efficienza (almeno nelle intenzioni).  Permetterà per esempio un’Europa più democratica e trasparente rafforzando il ruolo del Parlamento europeo e al contempo dei parlamenti nazionali, attraverso l’estensione della procedura di codecisione che garantisce al Parlamento una parità rispetto al Consiglio per la maggior parte degli atti legislativi europei. E garantirà anche ai cittadini una voce più forte per mezzo della cosiddetta “iniziativa dei cittadini”, per cui un gruppo di almeno un milione di cittadini europei può presentare alla Commissione nuove proposte. Ma garantisce anche quegli Stati che non si trovano più a loro agio all’interno dell’Unione riconoscendone la possibilità di uscita.

Ancora, il Trattato permetterà un lavoro istituzionale più snello ed efficiente, con maggiore incisività nei settori di massima priorità per l’Unione di oggi, per mezzo ad esempio dell’estensione del voto a maggioranza qualificata, che tra qualche anno si evolverà in un voto che terrà conto anche della popolazione di ogni singolo stato, in modo da rappresentare la doppia legittimità dell’Unione. Anche il quadro istituzionale sarà più stabile e più semplice: il trattato di Lisbona istituisce la figura del presidente del Consiglio europeo, eletto per un mandato di due anni e mezzo, sostituendo così la presidenza semestrale a rotazione tra gli Stati membri, che di fatto finora implicava spesso cambi di direzione ogni sei mesi.

Per quanto riguarda invece i cittadini europei, il Trattato prevede un’Europa di diritti e valori, di libertà, solidarietà e sicurezza, che promuove i valori dell’Unione, integra la Carta dei diritti fondamentali nel diritto primario europeo, prevede nuovi meccanismi di solidarietà e garantisce una migliore protezione dei cittadini europei.

 

In 50 anni l’Europa è cambiata, il mondo è cambiato: in un contesto globalizzato in costante mutamento, l’Europa è chiamata ad affrontare nuove sfide. La globalizzazione dell’economia, l’evoluzione demografica, i cambiamenti climatici, l’approvvigionamento energetico, per non parlare delle nuove minacce che gravano sulla sicurezza, sono i grandi temi con i quali l’Europa del XXI secolo deve misurarsi.

Gli Stati membri non sono più in grado di affrontare da soli tutte queste nuove complessità che non conoscono frontiere. Per farvi fronte, e rispondere alle preoccupazioni dell’uomo di oggi, serve uno sforzo collettivo a livello europeo. Tuttavia, per poter fronteggiare queste sfide l’Europa deve modernizzarsi. Deve disporre di strumenti efficaci e coerenti che siano adatti non soltanto al funzionamento di un’Unione europea recentemente passata da 15 a 27 Stati membri, ma anche alle rapide trasformazioni del mondo attuale. Le regole di vita comune, stabilite dai trattati, vanno perciò rinnovate. Ed è questo l’obiettivo del trattato firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007. Tenendo conto delle evoluzioni politiche, economiche e sociali e volendo rispondere alle aspirazioni degli europei, i capi di Stato e di governo hanno convenuto nuove regole che disciplinano la portata e le modalità della futura azione dell’Unione. Il trattato di Lisbona consentirà pertanto di adeguare le istituzioni europee e i loro metodi di lavoro, di rafforzare la legittimità democratica dell’Unione e di consolidare i valori fondamentali che ne sono alla base.  Certo, i singoli egoismi nazionali potranno ancora frenare questo idealità di intenti, ma le fondamenta sono gettate, the good and old continent si è mosso, un po’ in ritardo, con un Trattato che nasce magari già un po’ vecchiotto, ma si è mosso. Guardiamo avanti ora. Ora che il Trattato di Lisbona è stato pienamente ratificato da tutti gli Stati membri, darà all’Unione Europea, negli intenti, e speriamo nella sostanza, gli strumenti per realizzare le sue ambizioni politiche ed economiche. Non manca che il coraggio di assumersi dei rischi.

Contra Bonus

Filed under: Economia, Attualità - Administrator @ 1:33 pm


In risposta al furore quasi popolare contro gli altissimi bonus degli executives delle società finanziarie salvate con il denaro pubblico, l’Amministrazione Obama è intervenuta con un forte giro di vite contro un andazzo che cercava di resistere, nonostante la crisi, la rabbia dei cittadini e la prospettiva del fallimento evitato appunto con i piani di salvataggio finanziati dalle tasse.

Gli eccessivi compensi e bonus di fine anno sono nell’immaginario collettivo (ma con un forte impatto anche sulla realtà) una delle cause della recessione mondiale, ed i banchieri sono accusati di assumere rischi impropri in vista di potenziali guadagni. Nel recente Summit del G-20 si era voluto legare le compensazioni degli executives finanziari alla performance a lungo termine delle loro società: tuttavia a Pittsburgh non si è raggiunto nessun accordo per porre limiti ai compensi che le banche possono pagare ai propri executives, cosa che invece alcuni governi europei chiedevano.

Secondo quindi il piano dell’Amministrazione Obama, le sette società che hanno ricevuto i maggiori aiuti dal Tesoro americano dovranno ridurre fino al 90% gli stipendi dei loro 25 impiegati più pagati. Saranno perciò ridotti di circa la metà le compensazioni pagate ai 125 maggiori executives di ogni società. E le sette società interessate da questo piano sono la Bank of America, AIG, Citigroup, General Motors, GMAC, Chrysler e Chrysler Financial. In questo contesto, sono stati posti inoltre limiti molto stringenti alle remunerazioni di alcuni executives, come i top traders di AIG, che si vedranno fortemente limitati anche i propri bonus di fine anno. 

Cambierà anche la forma della compensazione, al fine di allineare i singoli gol finanziari degli executives con la performance a lungo termine delle loro società, come si è avanzato nel recente summit del G-20 a Pittsburgh. Per esempio, la parte in contanti della busta paga sarà tagliata in media del 90% ed il resto sarà costituito da titoli che non possono essere venduti nel breve termine.

Il piano sarà reso pubblico nei prossimi giorni ed è stato stilato da Kenneth Feinberg, il funzionario del Tesoro americano responsabile dei salvataggi finanziari delle società coinvolte dalla crisi. Prevede inoltre regole di governance per influenzare, piuttosto che imporre, le policy di remunerazione delle società, in coordinazione anche con la Federal Reserve, che dal suo canto sta preparando delle guidelines per allineare i compensi degli executives bancari ad un’appropriata assunzione di rischio. In questa direzione si inserisce anche la proposta, per esempio, di dare agli azionisti un voto non vincolante sulle remunerazioni dei top executives. 

Con questa doppia politica di imporre limiti alle paghe e di influenzare le regole di governance, la Casa Bianca sembra voler rispondere sia al criticismo e alla rabbia dei media e della gente, indignata per i bonus stellari pagati col denaro dei contribuenti, sia agli attacchi dei conservatori (i Repubblicani cioè) che sostengono invece che il governo di Obama sta assumendo un ruolo troppo grande e intrusivo nell’economia. In effetti il piano pareggerebbe sostanzialmente le remunerazioni che gli executives più pagati riceverebbero in circostanze normali, ma permetterebbe comunque pacchetti remunerativi multimilionari. E la Casa Bianca ha ben specificato che non intende porre dei limiti globali sulle paghe degli executives.

Inoltre il piano di Obama non avrebbe nessun impatto diretto su quelle società che non sono state salvate dall’amministrazione o che hanno già ripagato i finanziamenti ricevuti da Washington, come per esempio Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Morgan Stanley. E con i mercati finanziari – e conseguentemente i loro profitti – in ripresa dopo l’enorme programma governativo di assistenza dell’anno scorso, le tre investment banks riporteranno enormi saldi positivi, anche se la disoccupazione continua a salire. 

Perciò al momento non è ancora chiaro quale sarà l’effetto – se ci sarà un effetto – del piano dell’amministrazione americana sui temi più ampi che riguardano la remunerazione degli executives, come la disparità di reddito e la rabbia populista verso Wall Street e la corporate America.

L’autunno della Regulation

Filed under: Uncategorized - Administrator @ 1:30 pm


A un anno dalla crisi del sistema finanziario internazionale, sembra che l’impegno politico a riformare e ri-regolare la finanza sia svaporato, quasi come le paure che ne avevano accompagnato la parabola.

Si era affermato, un anno fa e in seguito quando la paura non era ancora passata, come al G-20 di Londra, che le banche non dovevano diventare troppo grandi per doverle necessariamente salvare e che i banchieri non dovevano essere remunerati per assumere rischi che poi causavano la rovina delle loro istituzioni. A tal fine, al G-20 i ministri delle finanze si erano accordati per un framework di riferimento entro cui operare le singole scelte di policy regolamentativa.  Sembrava una nuova primavera per la regulation, la fine del laissez-faire.

Ma in seguito, dopo circa un anno, mentre l’economia mondiale riemerge dalla pesante recessione ed il sistema finanziario si sta riprendendo dalla crisi di default, alcune banche di grosse dimensione hanno di nuovo riportato larghi profitti e sembra ora che la volontà politica di riformare il sistema finanziario non sia più così ferma e determinata: appena finito il G-20 di Pittsburgh che doveva rimettere mano alla questione, e già è venuta meno la volontà (o l’interesse?) ad agire da parte di quelle stesse forze politiche che invece premevano per una riforma.

Così per esempio negli Stati Uniti il sistema bancario ha già rialzato la testa ed è riuscito a battere modeste iniziative volte a ribaltare le regole e permettere ai proprietari in bancarotta di rimanere nelle loro case, mentre sta facendo lobby contro una nuova agenzia per la protezione dei consumatori/investitori, e sta cercando di sovvertire gli sforzi dell’amministrazione Obama di far negoziare i titoli OTC attraverso delle clearing houses per limitare i rischi della controparte.

Se nell’ambito delle negoziazioni del G-20 Francia e Germania cercavano di far introdurre limiti sui bonus dei banchieri, di fatto queste erano misure che né gli USA né il Regno Unito potevano appoggiare: gli USA per esempio avevano già fallito una decina di anni prima a imporre limiti alle superpaghe dei manager finanziari.

Nel suo sforzo titanico nel cercare di regolamentare più strettamente la finanza, Geithener si era spinto nell’avanzare richieste per una nuovo “Basilea 3” da far sottoscrivere a tutte le istituzioni finanziarie. Ma anche se si arrivasse a tanto, è improbabile che un nuovo framework regolamentativo possa venire implementato, in primis a causa proprio del mancato appoggio dei Congressmen americani che ricevono sostanziali contributi alle loro campagne politiche dall’industria finanziaria.

Dall’altra parte dell’oceano le cose non vanno diversamente: nel Regno Unito per esempio si avanzano “ricatti” sull’erogazione del credito alle imprese nel caso sia implementato un regime regolamentativo più stretto.

In breve, una generale revisione degli standard internazionali sulla regulation bancaria rimane una meta chiara ma altamente incerta: un miraggio cioè.

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